Quel giorno era un giorno come tutti gli altri ad Oxford. O forse anche migliore degli altri. Dopo aver preparato la zaino, indossato il giubbino e preso il borsello con soldi e documenti, mi dirigo alla solita fermata del bus.

Ormai, dopo un mese, riconosco le abitudini delle persone che hanno i miei stessi orari. Giunto alla fermata scambio velocemente uno sguardo d’intesa con chi è già lì, un mix tra un ciao e un “sì, ancora deve passare il bus”, poi indosso le cuffie e inizio ad ascoltare un podcast. Mi accorgo d’improvviso che quel rituale mi fa sentire bene.

Quella mattina il sole era bello alto, il cielo era terso, c’erano 19 gradi e forse anche per questo motivo mi sentivo all’interno di una incongrua felicità. Salgo sul bus, saluto l’autista ed oblitero la tessera come da manuale e vado a sedere al “mio” posto. Ripongo lo zaino tra le gambe e continuo ad ascoltare il podcast.

La potenza di un buon esempio.

Il caldo inaspettato inizia a farsi sentire all’interno del bus. Decido quindi di sfilare il borsello e togliere conseguentemente il giubbino. In Italia non porto mai il borsello. Non è proprio l’accessorio con la migliore estetica di sempre, ma devo ammettere che è utile. Lo è nella misura in cui sai che nei tuoi spostamenti dovrai ricordarti solo di una cosa davvero importante da portare con te: il borsello, appunto.

Prima di partire per Oxford ho pensato che avere in un unico posto documenti, soldi e chiavi fosse utile perché semplifica le cose. Sai bene che quel borsello deve essere l’unica cosa a cui prestare attenzione quando sei in giro. E così ho fatto.

Quando sei in un posto nuovo, la soglia di attenzione inevitabilmente si eleva. Ci sarà un qualche collegamento con l’istinto di sopravvivenza e protezione di se stessi o qualcosa del genere. Non lo so. Fatto sta che è così.

Quella mattina tutta andava per il verso giusto. Ero sereno, incongruamente felice ho detto. Ero parte della quotidianità di quel posto. Ero rilassato. Sarà per questo che una volta sceso alla solita fermata, mi accorgo, con un attimo di troppo, di aver dimenticato sul bus proprio l’unica cosa che doveva essere sempre con me. Sì, il borsello.

Panico.

Tento istintivamente di rincorrere il bus che, come mai prima di allora, riparte quasi impennando. Provo quindi a capire se riesco raggiungerlo correndo ad un’altra fermata, tagliando, in qualche modo, la strada.

Sto evidentemente delirando.

Cerco di calmarmi perché so che nei primi minuti successivi ad un evento improvviso tutto quello che pensi è una stronz… non ha un grande senso. Ovviamente non ci riesco.

Mi siedo, respiro e penso.

Bene. Partorisco un’idea che mi sembra sensata. Ecco la cosa giusta da fare: chiamare la compagnia degli autobus e chiedere cosa posso fare per cercare di recuperarlo. Mi risponde un addetto dopo buoni 5-7 minuti d’attesa, equivalenti per me ad un’ora e mezza. Ha un timbro di voce serafico ma anche un accento non proprio oxoniense doc (ho appena scoperto che si dice così) e, come se non bastasse, inizia a parlare alla velocità del miglior Mentana.

Mi aggrappo a qualche parola qua e là e alla fine cerco di fare un breve riepilogo per vedere se effettivamente avevo capito bene: in sostanza devo attendere la fine del turno dell’autista e chiamare nuovamente per verificare se è stato ritrovato.

Panico, ma con un pizzico di speranza.

Non so perché ma quello che sembrava impossibile data la mia esperienza, d’un tratto sembrava probabile. L’addetto non mi aveva detto frasi del tipo “dimenticati del borsello” o “credo sia difficile tu possa recuperarlo”; mi aveva detto di richiamare a fine corsa. Ossia delle possibilità c’erano.

Poco dopo racconto la mia storia alle prime persone che incontro (no, non sono matto, non erano sconosciuti) e loro non fanno altro che avallare quella (flebile) speranza. “Le persone qui sono carine e gentili”, mi dicono. E in effetti era la stessa sensazione che avevo avuto sin dall’inizio anch’io.

Ore 16:00, l’ora del fine turno.

Richiamo la stazione dei bus e, dopo vari tentativi e l’aiuto delle persone con le quali abito qui, riesco a venirne a capo: il borsello è lì, è stato ritrovato. Posso andare a ritirarlo dalle ore 9:00 del mattino seguente.

Gioia.

L’incubo è passato. Sapevo che quantomeno i documenti erano salvi (l’addetto al telefono, per avere la certezza che fosse proprio il mio li ha consultati) e che non sarei dovuto andare a Londra, all’Ambasciata, per rifare tutto. Pericolo scampato. Incubo finito.
E i soldi? Non che girassi con 1 milione di euro/sterline, ma certo qualcosa nel portafoglio c’era. Ma chissenefrega. I documenti erano l’unica cosa davvero importante ed erano salvi.

L’indomani mattina mi presento puntuale alla stazione dei bus per ritirare il mio amato borsello. L’addetta mi chiede il numero identificativo comunicatomi il giorno prima e inizia a rovistare all’interno di alcune ceste colme di altri oggetti. No, evidentemente non ero l’unico ad aver dimenticato (e poi ritrovato) qualcosa sul bus. Dopo poco lo estrae e me lo consegna. Esco fuori dall’ufficio e verifico subito cose ci fosse e cosa no. C’era tutto. Tutto. Probabilmente anche nella medesima collocazione all’interno del borsello. Respiro profondamente e sono felice.

Poi inizio a riflettere su quello che mi era accaduto nelle precedenti 24 ore.

In una situazione di tranquillità generale dimentico il (vitale) borsello. Chiamo il primo addetto che con tranquillità mi dice di richiamare a fine corsa, come se fosse una cosa usuale. Con tranquillità un altro addetto mi conferma che è stato ritrovato e sempre con tranquillità (o forse con un po’ di noia) l’ultimo addetto mi riconsegna il borsello intatto.

E tutto questo è stato possibile perché la norma, la consuetudine, il vivere comune (o chiamatelo come meglio vi aggrada), qui ad Oxford sembrerebbe dire che se qualcuno ritrova qualcosa sul bus lo riconsegna, senza troppi se e troppi ma, all’autista che a sua volta lo consegna alla stazione del bus. Tutto sin troppo semplice. Tutto sin troppo facile. Tutto così eccezionale. Certamente la componente fortuna avrà giocato un ruolo rilevante, ma quelle ceste piene di oggetti stanno a dire che la “fortuna” qui poggia il suo sguardo benevolo su molte persone.

In un “ecosistema” come questo, è il buon esempio che determina comportamenti virtuosi. No leggi, no proibizioni, no restrizioni. Basterebbe poco per migliorare le nostre vite e, di conseguenza, la nostra società. Basterebbe un buon esempio.

“Nulla produce nella mente dell’uomo un’impressione più positiva e profonda dell’esempio”. (John Locke)

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Laureato in Informazione e Sistemi Editoriali presso l’Università degli Studi di Bari presso la quale ha conseguito anche il Master di I livello in Comunicazione Sociale e Sanitaria. Cura le relazioni con i media, con gli operatori dell’informazione e con i clienti per diverse realtà produttive ed ha ideato ed organizzato eventi culturali seguendone la promozione. Ha esperienza nel campo della formazione come docente, nell’area della comunicazione e del marketing, e come coordinatore. Oggi è editore e responsabile di redazione del Mensile “Smart Marketing”.

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