Just Working – L’editoriale di Raffaello Castellano

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Raffaello CastellanoNon so se vi ricordate un episodio dei Simpson della 7 stagione, “Maxi Homer”, andato in onda in Italia per la prima volta il 4 maggio 1996.

Ebbene, nell’episodio in questione Homer è stanco di andare a lavorare alla Centrale Nucleare a causa degli esercizi ginnici che il il sig. Burns ha deciso di far fare ai suoi dipendenti ogni mattina; allora con l’aiuto di suo figlio Bart decide di ingrassare fino a 130 chili per poter essere dichiarato invalido e poter lavorare da casa in modalità remota con un video terminale.

A rivederlo oggi, questo episodio non dimostra affatto di avere 25 anni suonati, sembra anzi attualismo e pensato e disegnato non più di 2 anni fa. Ma l’attualità dei Simpson, più volte rimarcata da insigni studiosi e critici, è, se possibile, in questo caso ancora più significativa, visto che lo smart working è, dall’inizio della pandemia di Coronavirus, a febbraio di quest’anno, uno degli argomenti più caldi e dibattuti non solo dal circo mediatico e politico, ma anche dai comuni cittadini.

La domanda ineludibile è: “Lavorare da casa è solo un vantaggio, oppure nasconde anche delle insidie?”

Come sapete, mi piace essere controcorrente e su questo tema ho già ampiamente discusso con l’amico Ivan, che invece è pienamente a favore dello smart working; io voglio invitare voi lettori ad una riflessione più ampia ed articolata.

Credo che per taluni lavori prettamente “impiegatizi” e che prevedano l’uso principale del computer il lavoro a distanza, il tele lavoro, lo smart working, siano in effetti un grande vantaggio. Pensiamo alle ore risparmiate per recarsi in ufficio, al traffico, ai mezzi pubblici, al problema del parcheggio, all’inquinamento ed allo stress derivante dal dover essere sempre di corsa ed affannati.

Detto questo però, pensiamo all’altro lato della medaglia: da sempre il posto di lavoro e la nostra abitazione sono stati due posti separati, gli antropologi ci hanno spiegato che sono state le battute di caccia dell’uomo delle caverne ad essersi poi evolute nei vari lavori. Certo, potrete dirmi che questo vale soprattutto per una società maschilista come la nostra: la donna delle caverne in effetti rimaneva “a casa” per sistemare giaciglio e focolare, ma questa concezione è ovviamente ampiamente superata, oggi le donne che lavorano sono tantissime e, benché non abbiano ancora i diritti e gli stipendi dei colleghi maschi, molto si sta facendo per annullare queste differenze di genere.8df3b9372b549180a94584aa747b7f1e

Ma il tema che ci interessa qui è quello del lavoro: per centinaia, migliaia di anni, il posto in cui esso era svolto e la casa sono stati separati da distanze più o meno ampie, l’ufficio e la casa erano due luoghi distinti e diversissimi fra loro.

Allora forse dovremmo chiederci: “Quali vantaggi offriva, ed offre, questa separazione geografica?”

Innanzitutto i vantaggi sono di tipo psicologico e neurologico: il nostro cervello si è evoluto per campionare ed interpretare una miriade di impulsi, la ripetività di un compito o di uno stimolo, alla lunga annoia il nostro cervello e di conseguenza la nostra concentrazione. In pratica vedere sempre lo stesso ambiente impigrisce la nostra attenzione, e cosa c’è di più noioso che lavorare sempre nello stesso ambiente, che per giunta non ho fatto alcuna fatica a raggiungere?

Se il mio smart working si svolge nello studio o nella cucina di casa mia, e per raggiungerlo ho dovuto fare solo pochi metri, quanto tempo ci metterà il mio cervello ad annoiarsi?

In secondo luogo, pensiamo alle interazioni che il lavoro in ufficio ci offre, il caffè e le chiacchiere con i colleghi, le interazioni sociali, gli stimoli visuali, olfattivi ed uditivi sempre nuovi che il posto di lavoro ci trasmette.

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

A tal proposito mi viene in mente un’altra serie tv. Vi ricordate la sitcom Camera Cafè? Il suo successo fu immediato e strepitoso, non solo perché Luca Bizzarri e Paolo Kessisoglu erano bravissimi a circondarsi di attori e caratteristi strepitosi, ma perché le vicende che raccontavano, benché esagerate e grottesche, erano vere o quantomeno verosimili. Camera Cafè metteva in scena il micro-cosmo dell’ufficio, con le sue gelosie, cattiverie, ipocrisie, scherzi, amori e drammi, concentrandoli e distillandoli in un piccolo e circoscritto “non luogo”, come appunto la camera che ospita la macchinetta del caffè, il punto ristoro dell’ufficio.

Ed ancora, uno dei problemi che anche i fedeli adepti dello smart working ammettono è che lavorando a casa diviene molto difficile gestire gli orari del lavoro stesso. Molti dei lavoratori che hanno optato per lo smart working hanno dichiarato, a più riprese, che le ore di attività erano molte di più di quelle svolte in ufficio. Certo, questo ha aumentato la produttività, e le aziende ne sono più che soddisfatte, ma la “qualità della vita” degli impiegati è molto peggiorata. Il riposo, lo svago, gli orari certi e cadenzati del lavoro e del tempo libero sono anche questi molto radicati nel nostro cervello, cambiare orari è difficile; pensate a quello che vi succede durante i primi giorni di ferie o al ritorno dalle stesse. Cosa ancora più significativa, il maggior impegno lavorativo era messo in pratica dagli impiegati stessi, senza imposizioni aziendali e in maniera quasi inconscia, il che dimostra la necessità di divisione geografica, fisica e temporale che il posto di lavoro e la casa dovrebbero mantenere.

Infine, ci sono da considerare il problema degli spazi condivisi, dei figli, delle connessioni e dell’accesso ai videoterminali, non tutte le case infatti hanno abbastanza stanze, la banda larga o più di un computer per lavorare; molte famiglie magari hanno uno o più figli che rivendicano spazi ed attenzione. Lavorare da casa ha, quindi, anche i suoi lati negativi, come diversi analisti e giornalisti hanno rilevato, tra i quali ci piace l’ironica sintesi di Francesco Specchia che ne parla in un recente TgPOP (e che noi abbiamo intervistato nello scorso numero sulla comunicazione).

Allora, veniamo alla mia tesi, tra l’altro supportata dagli psicologi del lavoro: siamo sicuri che rinunciare al micro-cosmo dell’ufficio, con le sue interazioni, anche quelle più frivole, sia dal punto di vista della nostra “ecologia mentale” conveniente?

Beh, io penso proprio di no!

Ed ancora, lavorando da casa, non corriamo il rischio di aumentare eccessivamente i nostri orari di lavoro, andando a scapito della nostra qualità della vita?

La risposta non può essere che si!

Ed infine, il lavoro da casa è facilmente realizzabile da tutti e non presenta limitazioni?

La risposta a questa domanda è negativa!

Va bene, qualcuno (e forse anche l’amico Ivan) obbietterà che la mia visione è troppo cupa, che i vantaggi dello smart working in termini di traffico scongiurato, carburante risparmiato, spostamenti azzerati, inquinamento evitato e stress contenuto siano molto più importanti e rilevanti dei problemi che lo stesso comporta.

Allora, vi rispondo con una ricerca scientifica, commissionata dalla nota piattaforma di ricerca del lavoro DirectlyApply, che ha creato una simulazione grafica dello smart worker del futuro. Lei si chiama Susan ed è una figura davvero inquietante, che mostra gli effetti a lungo termine del lavoro telematico da remoto. Ebbene, Susan è obesa, presenta una vistosa gobba, ha gli occhi arrossati per le troppe ore passate davanti allo schermo del pc, i polsi sono doloranti a causa dell’utilizzo continuo della tastiera, i capelli sono radi e sfibrati, a causa della mancata esposizione al sole che ha diminuito l’assorbimento nel corpo della Vitamina D. Secondo gli esperti che hanno creato questa simulazione computerizzata, se continuiamo a lavorare prettamente in modalità smart working rispetto ad una modalità normale o mista, entro 25 anni rischiamo di diventare tutti come Susan o, se vi piace di più, come il “Maxi” Homer Simpson.

La simulazione grafica "Susan" realizzata dlla piattaforma DirectlyApply per illustrare i rischi dello smart working.
La simulazione grafica “Susan” realizzata dlla piattaforma DirectlyApply per illustrare i rischi dello smart working.
Ma allora che atteggiamento dobbiamo avere nei confronti dello smart working?

Certamente lo smart working presenta molti vantaggi se, ad esempio, ci fa evitare uno spostamento di quattro ore in macchina o due in aereo per partecipare ad una riunione di un’oretta; in questo caso le piattaforme tipo Zoom o Stream Yard sono una scelta più pratica, economica, ecologica, conveniente e soprattutto intelligente (smart, appunto). Senza dubbio anche la formazione, non tutta, ma quella ordinaria, si può giovare della modalità remota, ma per altre tipologie di formazione come quelle delle convention, dei seminari aziendali, dei grossi eventi, la modalità smart non può reggere il confronto con la modalità in presenza; infatti in questi grossi incontri la formazione pura è solo una parte dell’evento, sono le interazioni sociali, al tavolo da buffet, durante la pausa caffè o a cena che permettono di instaurare collaborazioni ed offrono nuove, ed autentiche, opportunità di crescita professionale, e questo lo posso confermare anche io, da esperto di pubbliche relazioni con 20 anni di esperienza.

Inoltre, non andrebbero dimenticati i rischi per la salute di un ricorso massiccio allo smart working, come gli esempi di Susan e Homer Simpson dimostrano.

Insomma, il mio parere è che una “modalità mista” fra lavoro tradizionale e smart working sia la vera strada da percorrere, perché se è vero che il progresso non si può arrestare, è pur vero che le esperienze positive e “funzionali” del passato non vanno semplicemente buttate alle ortiche.

Come sempre la parola magica è “equilibrio”: imparare a gestire modernità e tradizione, virtuale e reale, lavoro in presenza e in remoto, formazione online e convention aziendale, spostamenti inutili e spostamenti necessari, interazioni sociali dal vero e interazioni sociali virtuali, tutto questo rappresenta la “competenza trasversale” che contraddistingue il vero manager da quello che si atteggia solamente.

Perché “smart” nel suo significato più autentico e vero significa intelligente, e l’intelligenza, fra le altre cose, è la capacità di un organismo di adattarsi ad una nuova condizione facendo leva, e tesoro, sulle sue esperienze pregresse.

In parole povere essere intelligenti, smart, non vuol dire avere una sfilza di idee e/o essere solo super creativi o iper-adattabili, ma significa pure imparare dai propri errori (leggi esperienze) a superare le nuove sfide con quel mix esplosivo di tradizione ed innovazione che contraddistingue i veri vincenti dai semplici fortunati.

Buona lettura e buon lavoro, di qualunque tipo esso sia, a tutti voi.

 

Raffaello Castellano

 

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