ivan-zorico-01-minIl 21 febbraio di quest’anno abbiamo riportato un forte shock. Non tutti in quella data lo hanno davvero avvertito, ma nelle settimane successive tutti ci abbiamo fatto i conti.

Abbiamo scoperto che la normalità era un concetto fragile perché fragili eravamo noi che ne facevamo parte. Ci siamo scoperti insicuri, impauriti e delicati; in una parola umani. Via le certezze, via le abitudini, via il rumore. Bloccati come eravamo nelle nostre case, abbiamo avuto tempo per pensare e per guardare, da spettatori, la nostra vita. C’è stato chi ha vissuto questo tempo in maniera molto negativa, chi ha reagito prontamente e chi ha iniziato a lavorare su stesso.

Abbiamo cercato di replicare e portare avanti quegli aspetti centrali della vita di tutti noi: le relazioni e il lavoro.

Come mai prima di allora ci siamo aggrappati alla tecnologia, un po’ per sentirci meno soli e un po’ per cercare di continuare a fare quello che facevamo prima, ma in modo nuovo. Abbiamo quindi mantenuto relazioni a distanza e abbiamo continuato a lavorare e a portare avanti progetti grazie alle varie app di video chat e ai vari software di gestione e condivisione del lavoro. Certo non tutti i lavori potevano e possono essere eseguiti in questa modalità, ma per quelli che lo consentivano è stata una sorta di rivoluzione.

Come in tutte le cose, c’è chi è stato fortunato e chi no.

L’abbiamo impropriamente chiamato smart working, più verosimilmente era (ed è) remote working o telelavoro che dir si voglia, ma la sostanza per certi versi non cambia: molte persone dalla sera alla mattina si sono trovate a lavorare da casa piuttosto che dalla solita scrivania dell’ufficio.

Non tutte le aziende erano pronte a far fronte a questa nuova sfida: il lavoro in versione smart/remote non significa meramente spostare un computer dalla scrivania dell’ufficio a quella di casa, ma significa avere processi, organizzazione aziendale, strumentazioni, persone preparate, consolidati valori aziendali, capacità manageriali, etc. etc.. Insomma è ben più complicato di quel che possa apparire superficialmente.

Scopri il nuovo numero: Just Working

La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Talmente complicato che, dati alla mano, sul finire del 2019 solo il 58% delle grandi aziende aveva aperto al lavoro a distanza, mentre i numeri riguardanti il mondo della Pubblica Amministrazione e delle PMI erano ancora più infelici.

Poi, come detto, c’è stato questo forte shock – il lockdown – che ha velocizzato un processo di rinnovamento che, seppur in atto, faticava a prendere davvero piede.

La rivoluzione del lavoro.

Tra le caratteristiche più spiccate che possono essere riconosciute alla tecnologia c’è quella di amplificare le risorse, di creare nuove opportunità e, soprattutto, di rimodellare il mondo in cui viviamo.

In questi anni tutti i settori sono stati intercorsi da cambiamenti sostanziali e trasversali. E poteva il mondo del lavoro restarne fuori? Sicuramente no. E non si tratta solo del modo di lavorare o di un singolo software. Si tratta di molto di più.

Quando si parla di rivoluzione digitale si usa il termine disruptive e lo si usa in quanto certe innovazioni segnano nettamente un solco tra il prima e il dopo. Per natura siamo abituati a concepire il cambiamento come qualcosa di lento e progressivo. Ma, appunto, quando ci si trova di fronte ad un certo tipo di trasformazioni, la linea del cambiamento si impenna esponenzialmente. E quando accade è impossibile tornare indietro.

In questi mesi abbiamo scoperto che si può lavorare proficuamente anche non recandoci in ufficio. Le persone hanno riscoperto il valore del tempo e ripensato interamente alle proprie vite. Sarà difficile, come qualcuno anche con una certa miopia afferma, far tornare indietro le lancette dell’orologio a prima del 21 febbraio.

Il processo di rinnovamento è in atto e difficilmente lo si potrà fermare. Magari si potrà tamponarlo per qualche tempo, ma quando la marea sale non c’è diga che tenga.

D’altronde si parla solo di lavoro, su quello si viene misurati. Non si è lavoratori più produttivi se si usa una scrivania in un luogo piuttosto che in un altro. Non si diventa professionisti migliori se si lavora in una specifica città piuttosto che in un’altra. Quello che importa sono i risultati e le connessioni e, come abbiamo visto, si possono raggiungere e mantenere anche online.

Chi non lo comprende oggi, sarà comunque superato dai tempi domani.

Ti è piaciuto? Hai qualche considerazione in merito? Fammelo sapere nei commenti. Rispondo sempre.
Se vuoi rimanere in contatto con me questo è il link giusto: www.linkedin.com/in/ivanzorico

SmakNews_Smart_Marketing_logo_SResta aggiornato sulle nostre pubblicazioni e sulle ultime novità dal mondo del marketing e della comunicazione.

Qui, se vuoi, puoi consultare la nostra Privacy Policy

image_pdfimage_print

LEAVE A REPLY

Login with:
Powered by Sociable!