Il film “Vieni avanti cretino” è la perfetta allegoria della Fase 2 e della ripartenza

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Nel 1982 esce nelle sale italiane “Vieni avanti Cretino”, un film di Luciano Salce, con uno strepitoso Lino Banfi, che in una serie di esilaranti sketches ha modo di sfoggiare tutto il suo estro e i suoi tempi comici.

Ma perché rispolverare un grande classico della commedia comica italiana in un momento come questo?

Perché mettere in relazione questo film “leggero” con la “complicata” Fase 2 che il nostro Paese ha da poco intrapreso?

Credo che questo sia il film perfetto per la ripartenza per almeno due fattori.

Il primo è che si tratta obbiettivamente di un film esilarante, un vero e proprio antidepressivo, del quale si avverte la necessità dopo due mesi buoni di ansia, distanziamento sociale e bollettini di guerra della Protezione Civile. Farsi quattro grasse risate guardando questo film è non solo il miglior esercizio ginnico per il nostro diaframma, ma anche, e soprattutto, per il nostro morale duramente colpito dal periodo di quarantena.

Il secondo motivo è un po’ più articolato da esporre, ma è anche il messaggio più forte che, a mio modo di vedere, questo film veicola. E prima di parlarne dovremmo rivedere la trama del film.

La storia è nota: siamo a Roma, e Pasquale Baudaffi (Lino Banfi) è un detenuto appena uscito dal carcere di Regina Coeli; ad attenderlo all’uscita c’è il cugino Gaetano (Franco Bracardi, il famoso pianista del Maurizio Costanzo Show), impiegato presso un ufficio di collocamento, che cercherà di aiutarlo in tutti i modi per avviarlo in un percorso di reinserimento onesto nella società, proponendogli svariate attività lavorative con impiego immediato.

Sono proprio i vari tentativi lavorativi che Pasquale Baudaffi intraprenderà a fornire la materia narrativa e comica alla pellicola. Ma, ovviamente, prima di tutto, dopo essere uscito di prigione la prima cosa a cui pensa un uomo è il sesso, e quindi la prima tappa del peregrinare del nostro eroe nella tentacolare città eterna è proprio una vecchia “casa chiusa”. Ma il tempo è passato, e lì dove c’era la casa d’appuntamento ora c’è un rinomato studio dentistico, e lo sketch con uno dei pazienti (Gigi Reder) nella sala d’attesa mette in scena quello che è il tema sotterraneo di tutto il film:l’ inadeguatezza “temporale” del nostro protagonista.

Infatti, così come il tempo ha trasformato la casa d’appuntamento in uno studio dentistico, il mondo nel quale Pasquale si sforza di trovare lavoro non è quello che lui conosceva. Il suo personaggio ci diverte proprio perché è sempre goffamente in ritardo sul tempo in cui vive. Il mondo che conosceva semplicemente non esiste più. Ed è qui che già ravviso una prima similitudine con la nostra personale esperienza: il mondo con cui ci andremo a confrontare durante la “Fase 2” non è più lo stesso che abbiamo lasciato due mesi fa, ed affrontarlo come se nulla fosse cambiato metterà anche noi in ridicolo o peggio in pericolo.

Ma continuiamo con la trama.

Pasquale è uno che non sia arrende e non molla, oggi diremmo che è resiliente, e che come un novello Ulisse attraversa la sua odissea alla ricerca prima dell’impiego perfetto, poi di quello migliore ed infine di qualsiasi tipo di impiego, pur di reinserirsi come membro produttivo della società.

Da principio ci proverà come guardiacaccia, ma una nevrotica esaminatrice (Annabella Schiavone) gli sbarrerà la strada, dimostrando ancora una volta i meccanismi talvolta perversi di certi posti pubblici.

Poi ci proverà come garagista in un’autorimessa, dove la sfortuna arriverà sotto le conturbanti forme di una ragazza, Carmela (Michela Miti), in fuga dai possessivi fratelli siciliani, che poi ruberanno tutte le auto della rimessa. È in questo episodio che il nostro protagonista si scontra con la malavita organizzata, che spesso impedisce a chi vuol rifarsi una vita onesta di raggiungere i propri scopi.

Pasquale ci proverà come cameriere, ma, complice una coppia indecisa sulla consumazione e un datore di lavoro, Salvatore Gargiulo (Nello Pazzafini), vessatorio ed autoritario, anche questa esperienza sarà fallimentare. Ma il nostro eroe continua a provarci e, sempre come cameriere, viene ingaggiato presso una festa aristocratica organizzata da una contessa, dove però viene scambiato per un famoso cantante e ballerino di flamenco con esiti comici facilmente immaginabili.

L’ultimo tentativo è quello che Pasquale fa presso un’azienda di cibernetica, dove conoscerà, sì, una splendida impiegata (l’attrice Moana Pozzi), ma anche il suo diretto superiore, il dottor Tomas (Alfonso Tomas), agitato, pieno di tic e oramai consumato dal suo lavoro, che spiegherà al nostro beniamino le sue semplici mansioni, che però crescono di numero e complessità in maniera molto veloce, trasformando anche Pasquale in una copia del suo superiore.

Adesso, senza svelarvi il finale di questo film che vi invitiamo a recuperare, veniamo al secondo motivo per cui questa pellicola rappresenta una allegoria del nostro tempo, ancora sospeso fra paura, clausura, voglia di normalità e nuovi paradigmi.

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Dopo aver parlato, a febbraio, dell’interconnessione in “Virale” ed esserci interrogati a marzo sulla situazione attuale in “Tutto andrò bene (?)”, oggi, con “Reset”, vogliamo parlare di soluzioni concrete. L’online ed il digitale saranno quantomai utili per offrire soluzioni e creare nuove opportunità.

Ciò che in questo film ci fa ridere a crepapelle non è solo il perfetto meccanismo degli sketches che, come il titolo (una famosa battuta dei fratelli De Rege), rappresentano un omaggio alla tradizione dell’avanspettacolo italiano, ma, come abbiamo detto, è l’inadeguatezza di Pasquale per qualunque lavoro che gli viene proposto che crea il meccanismo comico per eccellenza: quello della caduta, tipico delle comiche mute.

Pasquale è sempre in ritardo sul tempo della storia, non è formato a sufficienza per i lavori più professionalizzanti come il guardiacaccia, è schiacciato dalla burocrazia, è vessato da datori di lavoro, è raggirato dai malintenzionati, è sfortunato ed infine non riesce a rapportarsi adeguatamente all’automazione ed informatizzazione del suo posto di lavoro.

Anche noi abbiamo sperimentato durante la quarantena un gap tecnologico; chi ha potuto ha trasformato il suo lavoro in modalità smart, facendo i conti con connessioni lente, strumenti inadeguati e l’incapacità di molti colleghi. Chi, meno fortunato, ha dovuto interrompere il proprio lavoro, forse l’ha perduto e ora, con la partenza della “Fase 2”, dovrà come Pasquale Baudaffi reinventarsi in una nuova professione. Altri ancora, come organizzatori di eventi, artisti e ristoratori, si troveranno in una situazione di precarietà per almeno altri 3, 4 mesi.

Insomma, “Vieni avanti cretino” parla molto più del presente oggi di quando usci negli anni ’80, e, come ci insegna Italo Calvino, l’universalità e la contemporaneità di un testo sono i presupposti fondamentali di un classico.

Noi parteggiamo per Pasquale, perché ci riconosciamo in lui, perché soffriamo e lottiamo insieme a lui, cadiamo, ci rialziamo e ci proviamo, in una parola cerchiamo, o meglio creiamo, la nostra “nuova normalità” attraverso quell’unico mezzo che davvero ci definisce in questo mondo: il nostro lavoro.

Perché, come il sistema capitalistico nel film e nelle nostre vite dimostra, non importa chi sei, non importa dove stai andando, quello che importa davvero e unicamente è cosa fai.

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