Il lavoro del critico, si sa, è quello di valutare la qualità di un’opera, in questo caso cinematografica, di interpretarne le dinamiche e/o di valutarne eventuali difetti o pregi, sia di forma che di contenuto.  Ma il lavoro del critico è anche un lavoro piuttosto creativo: egli talvolta scorge nelle trame e nei personaggi dinamiche psicologiche di cui gli stessi sceneggiatori sono ignari ed attribuisce al regista, in alcune occasioni, intenzioni che lui non si sarebbe mai sognato di esprimere. Magari queste intenzioni erano inconsce, ma se addirittura Freud spesso forzava la mano attribuendo ai pazienti intenzioni dettate da pulsioni sessuali recondite, figuriamoci se questo errore non viene commesso da chi di mestiere non fa di certo lo psicoanalista!

Lungi da me l’idea di mettere in discussione il creativo lavoro del critico, anzi la mia è quasi una lode a chi spesso è più creativo dell’oggetto stesso della sua critica, tuttavia ciò che voglio sottolineare è che in questo lavoro vengono spesso proiettate le proprie dinamiche psicologiche. Questo avviene in ognuno di noi mentre guardiamo un film e un critico, essendo prima di tutto uno spettatore, non è esente da questo meccanismo, per cui se parliamo di proiezioni psicologiche non stiamo parlando delle proiezioni del critico, ma dello spettatore in senso lato.

Nella foto l'attrice Anna Maria Sieklucka in una cena del film 365 - Smart Marketing
Anna Maria Sieklucka in una scena del film.

Un film che ultimamente ha suscitato critiche polemiche, che sta dando alla luce il suo sequel e ispirato proiezioni psicologiche è uno degli ultimi arrivati sulla piattaforma Netflix“365”, diretto dai registi Barbara Białowąs e Tomasz Mandes e interpretato da Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka. Si tratta fondamentalmente della storia di un giovane boss mafioso che rapisce una donna, dalla quale è ossessionato, e le propone una sorta di dinamica perversa e “gentile” nello stesso tempo: se entro 365 giorni non si innamorerà di lui, la lascerà andare senza toccarla.

Il resto è solo un contorno la cui funzione è quella di sostenere questa perversa dinamica.

In sé già la presentazione dei personaggi la dice lunga su come evolverà la storia, poiché gli autori presentano immediatamente la complementarità dei due protagonisti. Lui un ossessivo dai tratti psicopatici che cerca l’amore della sua vita e ovvio, essendo un mafioso, non può mica cercarlo seducendo con il suo fascino una donna ad una festa di compleanno tra matricole universitarie, ma la costringe con la forza. Già questo fa storcere il naso ad alcuni critici che sembrano dimenticare che si parla, seppur in chiave erotica, di un personaggio di mafia e già questo mette lo spettatore in una condizione che lo allontana da pensieri di imitazione e/o esaltazione delle sue gesta. Lei invece è una donna frustrata sessualmente, trascurata dal suo fidanzato. Il regista ha già costruito i tasselli di due persone complementari destinate, nel bene o nel male, ad unirsi. Ma c’è chi, addirittura, ci ha visto un’istigazione al rapimento, alla violenza o addirittura un’esaltazione della misoginia.

Insomma, signori, tutti sanno che un film deve avere “un conflitto” su cui far reggere la sceneggiatura ossia una dinamica insolita, fuori dal comune, qualcosa che nella vita normale è considerata sbagliata, proibita e, ovviamente, illegale. Se non fosse così, andrebbero censurati tutti i film in cui i rapinatori la fanno franca e vivono, come da cliché, su un’isola tropicale sorseggiando pina colata e godendosi i soldi della rapina dinanzi al mare. Ma in questo film il rapimento della donna e la proposta di farla innamorare entro 365 giorni senza toccarla se non sarà lei a decidere, non vuole affatto dare ad intendere che basti rapire una donna per farla innamorare, come alcuni critici hanno voluto sottolineare. Il rapimento è solo una scusa bella e buona per creare una dinamica che veda insieme la classica vittima e il classico carnefice, dove è la vittima che decide, in realtà, come dirigere la relazione.

Qualcosa gli autori dovevano inventarsela, no?

Se in un film si vuole dar vita ad un carnefice (che poi non lo sarà più di tanto) bisogna creare un contesto adatto, e quello del rapimento è una delle strategie possibili per creare il conflitto. Chi dovesse davvero sentirsi istigato a commettere un atto del genere o ad imitare le gesta di questo mafioso, probabilmente, avrebbe seri problemi a rapportarsi con la realtà e avrebbe già tendenze criminali, senza necessitare dei suggerimenti di qualcun altro, addirittura di un film.

E la misoginia per la quale il film è stato accusato?

Da un punto di vista prettamente clinico, ho imparato che il misogino odia le donne e in questo film c’è tutt’altro. Possiamo parlare di possessione patologica, ossessione di sicuro, ma l’attrazione ossessiva che nutre il protagonista verso la protagonista può essere definita misogina solo da chi non ha idea del senso clinico del termine.

Nella foto una scena del film 365 con Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka - Smart Marketing
Una scena del film 365 con Michele Morrone e Anna Maria Sieklucka.

Ma veniamo al “sessismo”, e anche qui c’è bisogno di qualche precisazione lessicale.

In questo film non c’è alcuna discriminazione sessuale. Abbiamo una donna rapita che, come ovviamente accadrebbe nella realtà, si ribella, ma non si intravede alcuna forma di discriminazione, che sarebbe peraltro anche inutile sotto l’aspetto narratologico; l’unica cosa che spicca è che la vittima comincia un gioco sottilmente perverso. Il messaggio, oserei dire scontato, che è presente in tutti i film in cui c’è un gangster potente è che tutti i personaggi, uomini e donne che siano (e quindi senza distinzioni di genere), fanno ciò che il boss comanda solo perché hanno paura e non perché la ritengano cosa giusta. Magari possono non piacere le perversioni o le scene di sesso, ma questa è un’altra storia nel merito della quale non mi interessa entrare. Un film ha una trama che può piacere o meno e l’unica cosa che si possa fare è decidere se vederlo oppure no.

Quando in apertura ho parlato di proiezioni, evidenziavo come un essere umano possa vedere in un film dinamiche che appartengono al proprio immaginario, determinato dalla sua educazione, dalle sue esperienze, da credenze radicate nel tempo e, perché no, da qualche trauma.

In quante occasioni, vedendo un film in cui apparivano dei criminali, alcuni si sono identificati nella parte del poliziotto e altri in quella del rapinatore? Ci siamo chiesti il perché di queste differenze dinanzi alla stessa pellicola? Alcuni, di sicuro, hanno scelto in base alla simpatia che suscitava in loro il protagonista. Molte volte abbiamo parteggiato per il cattivo solo perché interpretato dal nostro attore preferito, ma, in altre occasioni, il fatto di sostenere il poliziotto o il criminale è determinato da esperienze passate che ci hanno in qualche modo segnato.

Ad esempio se una persona ha subito un torto da parte di un’istituzione che, magari per qualche errore, si è accanita contro di lei sotto l’aspetto giudiziario, facilmente conserverà un senso di rancore verso ogni forma di giustizia, come rappresentante di quella che tanto l’ha fatta soffrire, e più facilmente si identificherà nel criminale del film e parteggerà per lui. Di contro, chi ha subito una violenza, un furto ecc proverà rancore, e giustamente, verso i criminali ed ecco che, nello stesso film, vedrà con occhi diversi il rapporto tra la polizia “buona” e il criminale “cattivo”, sperando che quest’ultimo non la faccia franca. Ogni spettatore, compreso un critico, porta con sé le proprie esperienze, sono queste ad averlo forgiato, ad aver suscitato in lui convinzioni radicate e/o addirittura ideologie. In un film in cui il tema centrale è il sesso è improbabile che non emergano dinamiche psicologiche profonde in cui sentimenti di perversione, moralismo, pregiudizi facciano sentire la loro forza. Chi è attratto dalla perversione si concentrerà sulla relazione dei protagonisti, chi invece è un moralista si concentrerà sul contorno, allo scopo di vedere ancora più torbido il tutto e farne oggetto di critica.

Nella foto le 10 tavole del test di Rorscahch - Smart Marketing
Le 10 tavole del test di Rorscahch.

Proprio come avviene nei più popolari testi proiettivi, come il Test di Appercezione Tematica o come il famosissimo test di Rorscahch, nonostante gli sforzi del regista, ognuno vedrà quel che vuole e diventerà il co-regista di una storia completamente nuova la cui trama è scritta a quattro mani tra lo sceneggiatore animato da tecnica e creatività e lo spettatore animato dalle sue esperienze e convinzioni. Nel classico testo di Massimo Ammaniti e Daniel Stern “Rappresentazioni e narrazioni” è ben spiegata questa dinamica proiettiva dei lettori in ogni genere letterario.

Perché ho scelto “365” come esempio?

Perché è uno dei film più visti e controversi dell’ultima stagione, perché sta per uscire il suo sequel e che, di sicuro, porterà con sé le stesse polemiche e le stesse dinamiche proiettive, si perché è un film che ben si presta alle proiezione di cui parlavo e anche perché conosco personalmente il protagonista che mi ha dato una marcia in più per capire più da vicino il contenuto del film.

 

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