Ho sempre invidiato (si fa per dire) quelle persone capaci di emettere giudizi, così, con sublime agilità. Quelle persone capaci (si fa per dire) di parlare con dovizia di particolare e somma eloquenza di medicina, economia, geopolitica e oltre. Quelle persone capaci di formulare (si fa per dire) idee così geniali da essere ritenuti fuori dal coro e illuminanti.

Queste persone giocano a tutto campo, prediligono di più i social ed il web, ma non disdegnano gli altri media, e fanno i mestieri più diversi, primi tra tutti politici e giornalisti, ma anche influencer di vario genere, commentatori; qui la lista è davvero lunga.

D’altronde in una società in cui le informazioni e le notizie corrono spedite, arrivare per primi a dire la propria è certamente uno sport non banale. Commentare, condividere, indignarsi, polemizzare, giudicare: tutto è concesso. Tanto poi, qualora le cose dovessero mettersi diversamente da come sono state presentate, si è sempre in tempo a ritornare sui propri passi, a dire che non si intendeva proprio quello che è stato detto, e così via. Le persone dimenticano in fretta. Purtroppo.

Non c’è mica tempo per riflettere, pensare, vagliare, confrontare, verificare. No, in un post o in una battuta dobbiamo per forza esprimere un “pensiero” e scatenare reazioni, commenti e influenzare l’opinione pubblica. E questo vale sia per argomenti futili che per argomenti complessi. Così come vale commentare o condividere una notizia falsa (e quindi non verificata) o decontestualizzata. Tutto fa audience. E in molti casi ne fa tanta. Il numero di visualizzazioni/reazioni diventa magicamente indicatore della giustezza del commento. Che poi effettivamente non lo sia non fa alcuna differenza. Purtroppo.

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Questo particolare momento necessita di una azione collettiva che vada oltre il semplice ottimismo che da solo non basta, anche se comunque aiuta. Solo insieme si può uscire da questa situazione.

Chi invece parla con cognizione di causa, argomenta o analizza, quasi sempre arriva dopo (con alcune belle eccezioni) e comunque ha mediamente molto meno impatto perché costringe anche l’utente a fare un lavoro di analisi e comprensione. Lavoro che richiede tempo, pazienza e abnegazione. Tutte variabili che non sempre riusciamo a gestire efficacemente, immersi, come siamo, in flusso inarrestabile di informazioni, impegni e rumore. Per cui piuttosto che approfondire, scorriamo avanti al post o commento successivo. Purtroppo.

Questo fenomeno che possiamo definire circo mediatico, nel quale anche i singoli utenti hanno preso parte per via della rivoluzione digitale, spesso può avere degli impatti significativi ma, salvo eccezioni, gestibili.

Poi un giorno succede qualcosa di inaspettato, di inatteso, di imprevisto: il Coronavirus.

Dal primo caso in Italia (ad oggi quasi un mese e mezzo) il circo mediatico ha dato il meglio di sé. Surplus di informazioni, comunicazioni contraddittorie o opportunistiche, passaparola dalla dubbia provenienza, hanno dato vita alla cosiddetta infodemia, con tutto quello che ne è conseguito.

Successivamente abbiamo assistito ad un quanto mai auspicabile e doveroso ritorno alla competenza. I tecnici, i medici e gli epidemiologi, in breve il mondo della scienza, hanno preso sempre più spazio nelle trasmissioni televisive e non solo. I titoli di giornali sono passati dal prefigurare scenari catastrofistici o dal minimizzare la portata del virus, a riportare una più attenta informazione ed un più corretto racconto dei fatti (almeno per la maggior parte). Persino la politica aveva abbassato i toni. C’era in sostanza bisogno di chiarezza, sobrietà e di autorevolezza. Ed è arrivata.

E oggi?

Oggi sembra che la situazione stia neanche troppo lentamente ritornando al punto di partenza. Comunicazioni discordanti, rilanci di fake news e opportunismo di qualsivoglia natura, stanno rientrando in partita. E il rischio di inquinare l’informazione e le menti delle persone è grave.

Tutti noi stiamo vivendo un periodo eccezionale (alcuni, forse esagerando, ne parlano addirittura in termini guerreschi) sotto tutti i punti di vista (salute, economia, privato e sociale) e di certo non abbiamo bisogno di aggiungere confusione, incertezza e paura ad una situazione che di confusione, incertezza e paura, ne ha da vendere. Servirebbe invece una sostanziosa iniezione di ragione, sobrietà, normalità ed anche di umiltà. In questo modo si tacerebbe quando non si hanno le competenze necessarie per parlare di specifici argomenti, si utilizzerebbero toni e linguaggi meno aggressivi, e si recupererebbe un po’ di armonia.

Lo scorso editoriale lo chiusi con una previsione.

Prima o poi questa epidemia passerà e prima o poi tutto tornerà alla normalità. Se c’è una cosa che mi piacerebbe diventasse virale sono l’etica del giornalismo, la misura delle dichiarazioni e il senso di responsabilità della politica. Non so se questo avverrà o se come al solito risulterà vero il vecchio adagio “passato il santo, passata la festa”.

Visto quanto sta accadendo, se dovessi giocarmi un euro, propenderei per la seconda opzione. E questa si dimostrerebbe, ancora una volta, l’ennesima occasione persa.

Spero ancora di sbagliarmi.

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