Nell’articolo precedente, I miti della genialità: geni si nasce o si diventa?”, ho evidenziato l’importanza dell’esistenza di una serie di “ingredienti” alla base sia del genio che del talento. Elementi seppur diversi, ma fortemente correlati. Nell’immaginario comune, vengono considerati dei doni, e quando parliamo di doni non facciamo certamente riferimento agli dei, ma alla genetica. Gli elementi di cui si parlava sono sia di tipo personale (quali la personalità, la motivazione, ma anche la passione, che, per definizione, non sono di certo innati, vista la componente relazionale, psicologica e sociale di cui si compongono) che di tipo oggettivo, legati quindi al contesto nel quale si vive o a fattori casuali e non soggetti a controllo, quali le occasioni e le opportunità.

Nonostante si sia evidenziato, attraverso l’approfondimento delle storie personali dei geni e/o delle persone di talento, che tali sono diventati non certo grazie a doti innate, persiste nei più una sorta di rifiuto emotivo ad ammettere ciò e questo per motivazioni facilmente desumibili. L’idealizzazione di un proprio beniamino, o meglio di un mito (come può essere un genio della matematica o della musica o, addirittura, un grande campione di calcio), si accompagna spesso all’idea che le sue “fenomenali” capacità provengano da doti innate. Sfatare questo mito è di grande impatto emotivo: è come se venisse eliminato quell’alone di inconoscibile che a noi risulta straordinario. Un alone che contribuisce al suo mistero e, soprattutto, al suo fascino. Sarebbe come ammettere che, se il cosiddetto genio è diventato tale grazie ad una serie di vicissitudini e opportunità, chiunque avrebbe potuto farlo, e ciò fa venir meno ai nostri occhi la sua unicità. Se viene a perdersi questa unicità, viene meno anche la sua bellezza. Pensare che quella determinata persona sia o sia stata unica è la cosa più semplice che il nostro cervello possa elaborare. L’idea di un genio come uomo comune che ha dovuto sudare e lavorare sembra inaccettabile, quasi sull’orlo di una vera e propria dissonanza cognitiva. Ma come stanno le cose davvero sotto l’aspetto genetico? Cosa davvero ci dicono i dati, almeno fino ad oggi, sulla correlazione tra talento, genio e geni?

Nell'immagine un ragazzo tenta di risolvere il cubo Rubik - Smart Marketing
Foto di MART PRODUCTION da Pexels.

Simone Raho, biologo e specializzato in genetica medica, evidenzia che “la questione della relazione tra genialità, talento e genetica ha in realtà radici più ampie che risalgono al dibattito che cerca di mettere in chiaro se ciò che siamo sia il frutto dei nostri geni o piuttosto delle nostre esperienze. Quanto i nostri geni determinino quello che siamo è quindi una domanda, che seppur posta talvolta in termini diversi, è molto antica.

Ciò che possiamo mettere sin da subito in chiaro è che i nostri geni non sono in grado di determinare quello che siamo o quello che diventeremo con un semplice rapporto di causa-effetto. È ovvio che in un settore vasto e complesso come questo non tutto è stato ancora messo in luce, ma appare senz’altro evidente che più si va avanti con le ricerche, più le cose si complicano, e in genetica, come in altri campi del sapere d’altronde, questo vuol dire che è molto difficile dare risposte semplici per dei fenomeni che per loro natura risultano articolati e multiformi: in pratica, seppur ciò sia di certo affascinante, in genere non esistono geni per ogni cosa desideri la nostra mente. Termini come intelligenza, genialità (ma anche altri attributi), anche se chiari e diretti in certi ambiti, in genetica assumono dei contorni più labili e sfumati. Questo non ha impedito di andare, finora invano, alla ricerca dei geni della criminalità, della pazzia, dell’intelligenza, o di altro ancora.

Mettiamo allora sin da subito dei paletti: i geni che possediamo hanno un po’ a che fare con quello che siamo e che diventeremo, ma questo non vuol dire che essi siano in grado di determinare in tutto e per tutto quello che facciamo. Nei caratteri complessi, come l’intelligenza o la genialità, contano in modo determinante molti altri fattori, come quello sociale, economico, o più in generale il fattore ambientale. Eppure, regolarmente in rete o sui giornali, appaiono notizie, perlopiù sensazionalistiche, legate alla scoperta del gene dell’intelligenza o del gene legato indissolubilmente alla genialità. In parte ciò può essere ricondotto al fatto che non esiste una definizione univoca di questi termini. Sicuramente ciascun individuo possiede capacità cognitive diverse da quelle di un altro; sarebbe quindi anche logico pensare che tali capacità dipendano almeno in minima parte da differenze genetiche, ma l’importante è che sia chiaro che ciò che ha una base genetica nei caratteri complessi come quelli cognitivi, non ne conferisce assolutamente un segno di ineluttabilità, o se vogliamo usare dei termini stilisticamente più aulici, di un destino già scritto e predeterminato”.

Questo implica anche un altro ragionamento legato al concetto di intelligenza come processo innato e/o forgiato dall’esperienza. Già nell’articolo precedente ho evidenziato quanto sia inutile cercare una correlazione tra genio e Quoziente Intellettivo, poiché abbiamo visto quanto davvero poco c’entri l’intelligenza nel perseguimento di un successo, anche di natura intellettuale e culturale. Ben altri sono i fattori alla base del genio e del talento. Quindi, seppur affermando che lo stesso Quoziente Intellettivo possa avere delle implicazioni genetiche, di certo c’entra poco nel merito del genio e/o del talento. Lo stesso valore del QI varia addirittura in base al contesto in cui viene effettuato. Molte ricerche hanno evidenziato che il QI e il modo di testarlo è deliberatamente connesso alla cultura, e ciò che si misura con i test, oggi a disposizione, non è una rilevazione di una capacità innata.

Nell'immagine un piccolo scienziato fa esperimenti - Smart Marketing
Foto di MART PRODUCTION da Pexels.

A tal proposito lo stesso Raho ci ricorda che, “dal punto di vista genetico sono stati eseguiti degli studi con l’obiettivo di andare a trovare delle relazioni strette tra QI e geni. Quando si vogliono andare a cercare delle variazioni geniche nei caratteri complessi, una delle tecniche più utilizzate è la GWAS (Genome-Wide Association Study), cioè studio di associazione lungo tutto il genoma: senza voler entrare in dettagli troppo specialistici, con questa tecnica si cercano delle associazioni tra specifiche varianti genetiche e determinate malattie o caratteri complessi. La GWAS comporta l’analisi dei genomi di tantissime persone diverse e la ricerca di marcatori predittivi della condizione che si sta studiando.

Quando si sono andate a cercare delle correlazioni fra QI e geni con la tecnica GWAS in effetti se ne sono trovate diverse: per esempio in due studi del 2017 e del 2018(*), effettuati su circa 78 mila il primo e su più di 9 mila soggetti il secondo, sono stati individuati una cinquantina di geni che potrebbero influenzare il QI. Il più rilevante pare sia ADAM12, che codifica per una proteina adesa alla membrana cellulare, la quale svolge un ruolo nello sviluppo di diversi tessuti, compreso quello nervoso. La cosa rilevante è che però i due studi forniscono risultati contraddittori, nel senso che i geni trovati nel primo sono diversi da quelli del secondo. E, altra cosa importante, il contributo di questi geni appare abbastanza modesto.

 Nel secondo di questi studi, ad esempio, i geni scoperti consentono di spiegare solo l’1,6% delle differenze in QI nella popolazione. Come ha fatto anche notare il genetista G. Barbujani nel suo libro divulgativo “Sillabario di Genetica per principianti”, ciò vuol dire che ne resta da spiegare il 98,4%, e che soprattutto basterebbe soltanto un minimo sforzo educativo per riuscire eventualmente a compensare quell’1,6% di diversità nel QI per mettere in pari i “meno dotati” con gli altri.

Pertanto che l’intelligenza sia solo una questione di geni è lungi dall’essere stato dimostrato, e gli studi che ci hanno provato, ad oggi, sono stati in grado di chiarire che le diversità genetiche tra gli individui spiegano solo una minima percentuale delle differenze nel QI”.

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La ripartenza è un tema quanto mai attuale. Dopo due anni di pandemia sentiamo il bisogno di lasciarci alle spalle questo lungo periodo complesso (tenendo quello che di buono c’è stato) e di affacciarci con ottimismo al tempo che verrà.

Nell’articolo precedente ho citato il lavoro di Silvano Fuso, autore del testo “Strafalcioni da Nobel”, nel quale passa in rassegna una serie di errori grossolani e o addirittura l’adesione a teorie strampalate di una mole di premi Nobel. Questo divario tra lo straordinario lavoro di uno scienziato che lo ha indotto a ricevere il riconoscimento più importante del mondo e suoi evidenti e significativi errori di valutazione in altri campi, ci dà un quadro significativo del fatto che il premio rappresenti il riconoscimento di quell’unico e specifico lavoro svolto, e non certo il riconoscimento della straordinarietà generale di chi lo ha ricevuto. Questo implica anche il fatto che, se si è esperti in un determinato campo e si porta avanti un lavoro, anche con una certa logica (ma diciamo pure intelligenza), si può però mancare totalmente di logica e razionalità nell’affrontare altre situazioni. A tal proposito lo stesso Fuso sottolinea che “un premio Nobel, per geniale che possa essere stato il contributo da lui fornito in un determinato settore del sapere, resta comunque un essere umano. Come tale, oltre all’indubbia razionalità dimostrata, si porta dietro il suo fardello di emotività, pregiudizi, manie, idiosincrasie, paure, ecc. che ognuno di noi inevitabilmente possiede. La razionalità è infatti solo un aspetto della nostra mente e, sicuramente, non è quello dominante. L’essere umano è in gran parte irrazionale e pure i premi Nobel talvolta lo sono.

Le loro convinzioni metafisiche li possono portare a convincersi di cose mai dimostrate. È il caso ad esempio del francese Alexis Carrel, Nobel per la medicina e la fisiologia nel 1912, che credeva ai miracoli di Lourdes, nonostante la mancanza di dimostrazioni. Oppure possono essere determinanti le convinzioni ideologiche. Ad esempio, Philipp von Lenard e Johannes Stark, entrambi Nobel per la fisica rispettivamente nel 1905 e nel 1919, furono accesi sostenitori del nazismo e questo li portò a esaltare un’inesistente Deutsche Physik e a condannare, senza alcuna ragione razionale, alcune straordinarie scoperte, come la relatività di Einstein e la meccanica quantistica di Heisenberg, perché considerate scienza giudea (mentre Einstein era effettivamente ebreo, Heisenberg non lo era, ma veniva considerato “ebreo bianco”). Charles Richet, Nobel per la medicina nel 1913, Pierre Curie, Nobel per la fisica nel 1903, e in parte la stessa Marie Curie, Nobel per la fisica nel 1903 e per la chimica nel 1911, credettero alle facoltà di sedicenti medium, che in realtà usavano trucchi. Infine, in certi casi, le facoltà percettive di un Nobel possono essere compromesse dall’assunzione di sostanze. Kary B. Mullis, Nobel per la chimica nel 1993, era convinto di aver incontrato un procione luminoso che lo aveva pure salutato. Vista l’abitudine di Mullis di assumere droghe, non è difficile comprendere l’origine dell’insolita visione”.

Sulla base di questo è facile pensare che, se esistesse davvero un fattore generale di intelligenza, come si riteneva in passato, chi si occupa e raggiunge obiettivi importanti in un campo, dovrebbe farlo anche in altri, ma i fatti ci dimostrano il contrario e quale migliore esempio se non quello dei premi Nobel.

Come già approfondito nell’articolo precedente, al pubblico arriva spesso il risultato finale di un’invenzione e/o una scoperta e il più delle volte attraverso un resoconto storico di tale scoperta piuttosto lineare. Ossia si parte da un punto e si arriva in modo “pulito” al risultato e questo contribuisce a mantenere il mito della straordinarietà dell’evento. Ma la realtà storica delle cose non sempre è così lineare. Come evidenzia Marco Ciardi, docente di storia della scienza all’Università di Firenze nel suo saggio “Gli scienziati, le autobiografie e la storia  della scienza”, quando il resoconto di una scoperta scientifica lo si evince soprattutto attraverso una autobiografia dello scienziato stesso, il racconto delle vicende che precedono la scoperta scientifica è fortemente influenzato dalla scoperta stessa, con   una sorta di interferenza retroattiva che da  la suggestione che tutto il percorso effettuato dal ricercatore sia stato coerente e mirato verso il raggiungimento di un obiettivo già prefissato. Se, invece, si effettua l’indagine attraverso il metodo storico, si osserva che le cose vanno diversamente rispetto ad un resoconto autobiografico. Il percorso può apparire tutt’altro che lineare, portando addirittura ad obiettivi non necessariamente cercati. Le scelte che precedono la scoperta, il più delle volte, hanno poco a che fare con l’obiettivo finale, ma vengono riadattate sulla base di questo.  Numerose e diverse sono invece le scoperte fatte in modo del tutto casuale, attraverso la ricerca di qualcosa di differente da ciò che è emerso. Questo è un aspetto di notevole importanza, a mio avviso, raramente preso in considerazione quando si parla di geni e di grandi scoperte e ciò perché si tende a voler consolidare il mito del genio talentuoso.

Nell'immagine due mani giunte tengono una lampadina - Smart Marketing
Foto di Anete Lusina da Pexels.

Una delle obiezioni più ingenue riguardo alla questione del talento non innato fa spesso riferimento alle capacità dei cosiddetti bambini prodigio o, meglio definiti, plus-dotati. Dall’articolo precedente appare ben chiaro, vedendo gli esempi riportati sul giovane Mozart e, soprattutto, l’emblematico esperimento di Polgar, come gli stessi piccoli dotati non si sottraggano all’influenza di ambiente ed educazione precocissima, ma è opportuno sottolineare che anche le capacità straordinarie dei più piccoli si esprimono sempre secondo ciò che lo sviluppo cognitivo e motorio può consentire loro. Lo psichiatra e antropologo Philippe Brenot, autore del saggio “Geni da legare”, evidenzia che le prestazioni più precoci sono proprio quelle musicali, poiché orecchio e aree sensoriali maturano per prime e quindi ritmo e melodia non hanno bisogno dello sviluppo del linguaggio. Seppur apparentemente strano sembra, invece, cosa naturale incontrare piccoli assi della musica. Dopo si sviluppano le capacità di calcolo, ma sempre prima del linguaggio. Le arti plastiche, invece, necessitano di coordinazione motoria e controllo visivo, acquisizione della lettura tridimensionale e della prospettiva, tutte nozioni complesse che hanno bisogno di addestramento. Infatti raramente si diventa bravi pittori prima dei dieci anni. La poesia e letteratura hanno bisogno dello sviluppo del linguaggio e una certa conoscenza delle cose: è davvero difficile che prima di 15 anni si possa diventare letterati. Qui ci sono inoltre forti implicazioni legate soprattutto all’istruzione. Possono esserci dei casi eccezionali, ma non si sottraggono mai alle normali leggi dello sviluppo fisiologico, seppur considerando che addestramenti precoci possano, in qualche modo, forzarlo. Ma parliamo sempre di interventi provenienti dall’esterno e non di spinte interiori di chissà quale natura.

Ancora una volta i fatti sono in contrasto con ciò che ci piace credere e ci fanno venire a patti con l’idea che i nostri beniamini, letterati, scienziati o sportivi che siano, sono diventati tali non perché l’universo ha voluto così o la natura abbia fornito loro delle potenzialità innate, ma solo perché hanno avuto la tenacia, la perseveranza, le opportunità e quel pizzico di “fortuna” che a noi è stata negata.

Letture consigliate:

Barbujani G. (2019) “Sillabario di genetica per principianti”. Bompiani

Ciardi M. (2007) “Gli scienziati le autobiografie e la storia della scienza”, in Rivista di storia delle idee. Il Mulino.

(*): I due studi su geni e QI sono:

Sniekers S. et al. (2017), “Genome-wide association meta-analysis of 78,308 individuals identifies new loci and genes influencing human intelligence”, in Nature Genetics, 49: 1107-1112;

Zabaneh D. et al. (2018), “A genome-wide association study for extremely high intelligence”, in Molecular Psychiatry, 23: 1226-1232.

Nell'immagine il chimico e divulgatore scientifico Silavano Fuso - Smart MarketingSilvano Fuso, dottore di ricerca in scienze chimiche e docente, si occupa di didattica e divulgazione. Il 27 gennaio 2013 è stato intitolato a suo nome l’asteroide 2006 TF7 in orbita tra Marte e Giove. Ha pubblicato diversi libri, tra cui: Le ragioni della scienza (2017), Strafalcioni da Nobel (2018), Quando la scienza dà spettacolo (con A. Rusconi, 2020), A tu per tu con un genio (2020), Il segreto delle cose (2021).

Nell'immagine il biologo Simone Raho - Smart MarketingSimone Raho, Biologo specializzato in Genetica Medica e un Master in Genetica Forense, ha lavorato nelle aree della biologia molecolare e della genetica nell’ambito della medicina di laboratorio, è attualmente dirigente ASL.

 

 

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