Fuocoammare – Il Film

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Domenico Palattella (38)

 

 

 

 

Fuocoammare-poster-locandina-2016“Fuocoammare”, il film che il Maestro Gianfranco Rosi ha dedicato al dramma dei migranti che attraversano il Mediterraneo tentano di arrivare a Lampedusa, ha vinto l’Orso d’oro della 66esima edizione del festival di Berlino. Sbaragliata la concorrenza di 18 altre pellicole internazionali. Il film, che il regista, Leone d’oro a Venezia con “Sacro G.R.A.”, ha girato nel corso di un anno e mezzo sull’isola siciliana, aveva colpito sin dall’inizio critica e pubblico del Festival di Berlino, che, non all’altezza della mondanità chic di Venezia e Cannes, è sempre stato molto attento a temi politici. L’ultimo Orso d’oro vinto dall’Italia, prima dello struggente film del Maestro Gianfranco Rosi, è stato con la pellicola “Cesare deve morire”, dei fratelli Taviani, datato 2012.

Gianfranco Rosi racconta Lampedusa attraverso la storia di Samuele, un ragazzino che va a scuola, ama tirare sassi con la fionda che si è costruito e andare a caccia di uccelli. Preferisce giocare sulla terraferma anche se tutto, attorno a lui, parla di mare e di quelle migliaia di donne, uomini e bambini che quel mare, negli ultimi vent’anni, hanno cercato di attraversarlo alla ricerca di una vita degna di questo nome trovandovi spesso, troppo spesso, la morte.1032723

Per comprendere appieno un film di Gianfranco Rosi è prioritariamente indispensabile liberarsi da una sovrastruttura mentale alla quale molti hanno finito con l’aderire passivamente e in modo quasi inconscio ed indolore. Si tratta del format dell’inchiesta giornalistico-televisiva che si concretizza in immagini scioccanti, in interviste più o meno interessanti finalizzate a un impianto (in particolare sulla tematica delle migrazioni) ideologicamente preconfezionato. O si è pro o si è contro la presa in carico del fenomeno e su questa base si costruisce la narrazione.

Rosi, come il Salgado che abbiamo potuto conoscere grazie a Il sale della terra diretto da Wim Wenders, si allontana in maniera netta da quanto descritto sopra a partire dalla scelta, fondamentale, di aborrire il cosiddetto documentario ‘mordi e e fuggi’ che vede la troupe giungere sul luogo, pretendere di capire in fretta o comunque di mettere in ordine i propri pregiudizi e ripartire quando pensa di ‘avere abbastanza materiale’. Il regista è rimasto per un anno a Lampedusa entrando così realmente nei ritmi di un microcosmo a cui voleva rendere una testimonianza assolutamente onesta.

Samuele è un ragazzino con l’apparente sicurezza e con le paure e il bisogno di capire e conoscere tipici di ogni preadolescente. Con lui e con la sua famiglia entriamo nella quotidianità delle vite di chi abita un luogo che è, per comoda definizione, costantemente in emergenza. Grazie a lui e al suo occhio e sguardo da innocente indifeso contro le schifezze del mondo esterno, ci viene ricordato di quante poche diottrie sia dotato lo sguardo di un’Europa incapace di rivolgersi al fenomeno della migrazione se non con l’ottica di un Fagin dickensiano che apre o chiude le frontiere secondo il proprio tornaconto. Samuele non incontra mai i migranti. A farlo è invece il dottor Bartolo, unico medico di Lampedusa costretto dalla propria professione a consatatare i decessi ma capace di non trasformare tutto ciò, da decine d’anni, in una macabra routine, conservando intatto il senso di un’incancellabile partecipazione.Fuocammare

Rosi non cerca mai il colpo basso, neppure quando ci mostra situazioni al limite. La sua camera inquadra vita e morte senza alcun compiacimento estetizzante ma con la consapevolezza che, come ricordava Thomas Merton, nessun uomo è un’isola e nessuna Isola, oggi, è come Lampedusa. Subito dopo la vittoria dell’Orso d’oro, il regista Gianfranco Rosi, ha dichiarato tutta la sua ammirazione per un popolo fiero, orgoglioso, ma anche carico di estrema umanità, quale è quello di Lampedusa, auspicando la vittoria del Premio Nobel della Pace, per gli abitanti dell’isola, primo avamposto europeo che si affaccia sull’Africa. “Il Premio Nobel agli abitanti di Lampedusa e Lesbo sarebbe una scelta giusta e un gesto simbolico importante. Loro sono un popolo di pescatori e per questo accolgono tutto quello che viene dal mare. Dobbiamo assorbire anche noi l’anima dei pescatori. Non ho mai sentito nessuno a Lampedusa, a Palermo o a Catania parlare di barriere, le stesse che alcuni stati d’Europa innalzano, vergognosamente, oggi: è questa la differenza tra l’Europa arida di sentimenti e l’Italia, terra che da sempre ha ospitato gente di etnie e razze completamente differenti”.

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