La diffusione del Covid-19 ha evidenziato un cambiamento importante nella modalità lavorativa, una situazione che probabilmente andrà a modificare l’intero assetto socio-economico del nostro Paese. Da mesi sentiamo citare la parola “smart working”, come se si trattasse di una novità assoluta, l’idea invece affonda le radici nel passato, quando ancora con una terminologia più locale veniva definito telelavoro.

Il primo a parlare di questo tema in Italia fu il sociologo Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro presso l’università La Sapienza di Roma, e autore di numerosi volumi accademici e non, che già quarant’anni fondò la Società Italiana Telelavoro. L’attività della società, senza fini di lucro, aveva l’obiettivo di indurre le aziende ad usare il telelavoro, attraverso lo svolgimento di appositi seminari, e di spingere il governo a promuovere delle opportune leggi a riguardo.

Un concetto teorizzato per anni e che in poche settimane è esploso, «il telelavoro si poteva applicare già da 20 anni, soltanto grazie a questo pipistrello cinese finalmente 8 milioni di persone hanno capito che si può lavorare da casa» ha dichiarato il professore nella trasmissione televisiva “L’aria che tira” sul canale televisivo La7. Il pensiero lungimirante del sociologo è legato allo sviluppo della rete, grazie alla quale in realtà già tutti telelavoriamo senza accorgercene, in vacanza, in treno, nel tempo libero, senza però averlo mai considerato un diritto. Il concetto del telelavoro è stato oggi sostituito da quello di lavoro agile (smart working appunto), a sottolineare il passaggio ad una filosofia che abbandona la teoria lavorativa marcata da un forte controllo del datore di lavoro, ad una basata sulla maggiore autonomia del lavoratore, centrata sul raggiungimento degli obiettivi, e per tale motivo realizzato con una maggiore flessibilità di orario.

Il prof. De Masi sottolinea che a suo avviso i vantaggi apportati nel tempo da un lavoro di questo tipo sono vari, quali: risparmio di tempo di tempo per il lavoratore, che normalmente deve spendere per recarsi e tornare dal posto di lavoro, accompagnato da un notevole risparmio di denaro relativo alle suddette spese di trasporto; calo degli incidenti automobilistici; maggiore autonomia del dipendente nella gestione del lavoro, che comporterà una maggiore produttività.

Uno studio condotto dall’Università di Standford nel 2015 ha infatti dimostrato che in Germania, dove il dipendente medio lavora circa 1400 ore annuali, rispetto alle 1800 italiane, si registra una produttività del 22% superiore a quella di casa nostra, e questo perché si lavora più rilassati, e liberi di organizzare le ore tra lavoro e tempo personale. Per le aziende invece il risparmio sarà soprattutto economico, in quanto vi è una sostanziale diminuzione del costo di gestione dello spazio fisico, come affitto, riscaldamenti, pulizie e mobilio. Una soluzione lavorativa di smart working potrebbe, secondo il luminare, giovare all’intera società, consentendo un calo dell’inquinamento, sia climatico che acustico, meno traffico, e rivitalizzazione di quartieri, come ad esempio quelli esclusivamente residenziali, che godrebbero di maggiore vita anche nell’orario diurno, quando invece sono soliti svuotarsi.

Come affrontare il problema della scarsa socialità con i colleghi, ossia la mancanza della così detta pausa-macchinetta? Per il professore è semplice, organizzando frequenti pranzi e cene con i collaboratori (come lui stesso ammette di fare), che permettono di avere momenti di convivialità qualitativamente migliori.

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La pandemia è stato un fortissimo shock che ha interessato tutti gli aspetti della nostra vita e il mondo del lavoro è certamente tra questi. Dal telelavoro allo smart working, passando per il south working, vedremo come sta velocemente cambiando il concetto di lavoro.

Il problema italiano è quello di essere arrivato in ritardo sull’argomento rispetto all’Europa, lo smart working non è ancora considerato un vero diritto lavorativo, nonostante la possibilità fosse già contenuta nella Legge n.81/2017, nella quale viene definito come una modalità di esecuzione del lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari e spaziali, con il riconoscimento di un trattamento economico paritario alla modalità lavorativa tradizionale. Attualmente è riconosciuta tale possibilità, in virtù del Decreto Legge n. 34 del 19/05, solo fino a dicembre, come strumento d’emergenza a causa della pandemia. Tale legiferazione non lascia ben sperare per il futuro, gli ultimi mesi hanno permesso di realizzare un grande esperimento collettivo ma non abbiamo certezza che si continui su questa strada, nonostante buona parte dei lavoratori in tale modalità, circa il 65% secondo l’Istituto Noto Sondaggi, considerino positiva questa esperienza, dichiarando di aver dedicato più tempo alla famiglia e a sé stessi.

L’Osservatorio del Politecnico di Milano, nato da qualche anno proprio per studiare l’evoluzione del fenomeno dello smart working, rassicura i pessimisti che rimpiangono le ore in ufficio, sottolineando che le remore relative all’attuale situazione sono giustificate dal fatto che questo non può essere considerato il “vero” smart working, piuttosto un lavoro forzato dall’emergenza sanitaria che comporta alcune criticità, quali ad esempio il senso di isolamento, difficoltà della connessione Internet e nel gestire l’equilibrio tra vita privata e lavorativa. Il passaggio ad una reale cultura di lavoro agile deve essere accompagnato da idonee iniziative di formazione e comunicazione, che potranno portare, a quel punto, alla realizzazione della filosofia agognata già da Domenico De Masi, anni or sono.

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