In una società, quale la nostra, fortemente intrisa della cultura della performance, ci troviamo a vivere in uno stato di perenne competizione. L’immediatezza ha preso il posto della strategia. Il breve, a volte il brevissimo periodo, vince sul medio-lungo tempo. Si preferisce inseguire il real-time marketing e la viralità sui social piuttosto che una visione di lungo periodo. E poco importa se, dopo una fiammata iniziale, il ritorno dell’azione comunicativa non è rilevante.

Tutto il sistema spinge per l’exploit. È difficile, se non proprio impossibile, trovare sui media casi di successo, personali o di brand, che non siano eccezionali. Di certo è più facile imbattersi in titoli e in storie che raccontano di un successo straordinario e fulmineo piuttosto che in una notizia riportante un successo ottenuto dopo svariati anni di lavoro.

In questo contesto non è facile non sentirsi in difetto.

La cosa più facile da fare – e allo stesso tempo quella più sbagliata – è guardare gli altri. I social ci mettono costantemente uno accanto all’altro. Giornalmente ci confrontiamo con vip, grandi aziende, influencer, e il fatto che il mezzo usato ci faccia sentire apparentemente sullo stesso piano e con le medesime risorse, ci porta a pensare di poter accedere in egual misura alle stesse opportunità. I social media ci mostrano un mondo fatato fatto di belle macchine, ville di lusso e vite patinate. Il ché può generare frustrazione, scoramento e senso di inadeguatezza.

La competizione spinge all’emulazione.

L’emulazione tout court non conduce a nulla di buono. Invece di concentrarci su quello che siamo e su quello che vorremmo essere, diventiamo degli imitatori di schemi e perdiamo autenticità. La competizione ci porta in un luogo dove è impossibile emergere, ossia lontano da noi. Perdendo il focus su quello che siamo veramente e non facendo chiarezza su come ci vediamo tra tre-cinque anni, di fatto decidiamo di voler perdere l’unica e vera competizione che conta; quella con noi stessi.

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Con ormai una lunga storia alle spalle, noi di Smart Marketing siamo pronti a correre verso il futuro pieni di fiducia e speranza, non senza paura di sbagliare e cadere, ma sicuri che, se mai esistesse la fortuna, di sicuro aiuta gli audaci e certi che comunque vada “l’azione è sempre risolutrice”.

Mirare al risultato, non al successo.

Se ci fai caso, se analizzi in profondità le persone (o i brand) che ottengono risultati, scoprirai che a fare la differenza sono quelle che puntano lo sguardo verso il proprio interno, che sviluppano una voce chiara e distinguibile e che investono le energie sulla prosecuzione del proprio progetto. Questo non significa univocamente arrivare sulle copertine dei giornali, fare i “big money” o cose di questo genere, ma concentrarsi sul risultato davvero importante: posizionarsi ed essere rilevanti per una comunità di persone che ascolta quel che diciamo e che ci segue per davvero.

Comunità che, se ad esempio parliamo di un brand personale, non deve necessariamente essere composta da milioni di persone per essere efficace, come ci insegna Kevin Kelly con la sua teoria dei “1000 true fans”.

Per concludere voglio dare risposta alla domanda iniziale con le parole del filosofo cinese Lao Tzu: “Colui che conosce il proprio obiettivo si sente forte; questa forza lo rende sereno; questa serenità assicura la pace interiore; solo la pace interiore consente la riflessione profonda; la riflessione profonda è il punto di partenza di ogni successo”. Parole davvero illuminanti e che ci pongono in una prospettiva diversa da quella consueta. Non trovi anche tu?

Ti è piaciuto? Hai qualche riflessione da condividere? Fammelo sapere nei commenti. Rispondo sempre.
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