I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo

Il filosofo viennese Ludwig Wittgenstein, con questa espressione, voleva indicare l’importanza delle parole nella costruzione dei nostri pensieri.

Ossia le parole che conosciamo, e utilizziamo, determinano in maniera profonda la natura stessa del nostro pensiero. Riconosciamo il (nostro) mondo sulla base delle parole che padroneggiamo e frequentiamo.

Quindi per capire che anno è stato, che anno abbiamo vissuto, ho raccolto le “3+1” parole che hanno caratterizzato il 2020.

1. Pandemia

Di certo pandemia, è stato il termine più ricercato in Italia. A dircelo ci viene in soccorso Google, con la raccolta delle tendenze del 2020. Difficile, onestamente, pensare ad una parola diversa. Ci ha accompagnato per quasi tutto quest’anno e chissà per quanto ancora lo farà. Abbiamo scoperto la differenza sottile (ma neanche troppo) che c’è con un’altra parola, epidemia. La differenza la ritroviamo nel livello di propagazione: se infatti l’epidemia è la manifestazione e diffusione di una malattia in un territorio; la pandemia è una epidemia, ma di dimensioni molto più vaste. Il Coronavirus, ad esempio, è stato classificato dapprima come epidemia, per poi trasformarsi in pandemia per via della sua diffusione globale.

2. Coronavirus

Un’altra parola di tendenza nel 2020 è stata appunto Coronavirus. Anche questa per certi versi abbastanza scontata. Ma, se provo a portare la mente a prima che questo virus arrivasse in Italia (primo contagiato riconosciuto nel nostro territorio è del 21 febbraio), non mi sembra che se ne parlasse tanto. Se ben ricordate, se ne parlava come qualcosa di distante, qualcosa che non ci appartenesse, lo denominavamo addirittura il “virus cinese”… proprio a sottolineare il fatto che per mezzo delle parole riconosciamo il nostro mondo. Ebbene, noi quella parola – Coronavirus – nei primi 50 giorni del 2020 non l’abbiamo pressoché mai cercata, eppure esisteva.

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È indubbio che quest’anno passerà alla storia come l’anno della pandemia. Così come indubbio che quest’anno ha portato malessere sociale, psichico ed economico.
Ma dobbiamo sforzarci di cogliere un bagliore di luce anche in un anno così buio.

3. Smart working

Con il primo lockdown (altra parola degna di nota) ci siamo finalmente resi conto che molti lavori potevano essere eseguiti efficacemente anche da remoto, perché necessitano solo di un computer ed una connessione ad internet. Lo smart working, appunto, non esisteva nel nostro mondo (se non in minima parte) e solo per quei lavoratori che avevano la fortuna di lavorare per quelle poche aziende che l’avevano già adottato. Dobbiamo sempre ricordare che, quella che oggi appare una pratica diffusa, a fine 2019 non lo era affatto. Oggi, invece, abbiamo imparato il suo significato e, quindi, possiamo immaginare una vita lavorativa ben diversa da quella che facevamo solo dieci mesi fa. Il lavoro non è l’ufficio, ma è quello che fai.

3 + 1. Infodemia

Questa parola per me è paradigmatica perché racchiude diversi elementi che caratterizzano la nostra società: la crisi di autorevolezza e di affidabilità delle fonti di informazione, la diffusione delle fake news, e un certo opportunismo politico (ma non solo) alquanto deleterio. Così la Treccani: “L’infodemia è la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”. L’infodemia, ad esempio, è stata una delle cause di quei fenomeni, assolutamente irrazionali, come il prendere d’assalto i supermercati o ricercare convulsamente prodotti come l’amuchina che, se ricorderete, su alcuni siti aveva raggiunto prezzi insensati.

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