Addio a Michel Piccoli: l’attore “europeo” per eccellenza

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E’ morto a 94 anni l’attore francese Michel Piccoli, ma tanto caro anche al cinema italiano: tanti film di Buñuel e Ferreri e anche di Godard e Hitchcock.

Qui da noi, lo ricordiamo soprattutto, per essere stato uno dei quattro romantici goliardi che hanno scelto di morire in un’orgia di cibo e di sesso, in una villa fuori Parigi. Con lui troviamo Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Philippe Noiret, e il film è La grande abbuffata, il capolavoro assoluto di Marco Ferreri. Allegoria della società borghese maschile destinata all’autodistruzione, film scandalo e tra gli apici della carriera di tutti e 4 gli attori, è uno dei più radicali atti d’accusa contro il consumismo mai stati fatti, un saggio da manuale sugli intrecci tra eros, thanatos, il cibo e gli escrementi. Ma nello stesso tempo è anche la storia di una grande amicizia che va all’estremo, fino all’autodistruzione.

Ma il grande attore francese, non è soltanto il film di Marco Ferreri o il successivo Non toccare la donna bianca, altro capolavoro, stavolta misconosciuto, con lo stesso cast del precedente film; lui è infatti gran parte del cinema d’autore europeo del 900, raggiungendo la cifra record di 230 film interpretati. Lo aiutava senza dubbio, una grandissima duttilità interpretativa, ma anche la capacità di intessere relazioni amicali, che andavano al di là della semplice collaborazione lavorativa. Sapeva diventare molto amico di tutti i colleghi o gli autori con i quali lavorava e la sua carriera è piena zeppa di film “impegnati”.

Fu nel 1963 che ottenne la celebrità grazie a Il disprezzo di Jean-Luc Godard: il film franco-italiano, adattamento del romanzo omonimo di Alberto Moravia, mette in scena una coppia unita formata da lui e da Brigitte Bardot che, dopo l’incontro con il produttore Jack Palance, vivrà incomprensioni, disprezzo e alla fine la separazione.

Michel Piccoli è stato diretto dai più grandi registi del ‘900, tra cui Jean Renoir (French Cancan, 1954), Claude Chabrol (Dieci incredibili giorni, 1971 e L’amico di famiglia, 1973), Alan Resnais (La guerra è finita, 1965), Roger Vadim (La grande preda, 1965), Louis Malle (Atlantic City, U.S.A., 1980) Alfred Hitchcock (Topaz, 1969).

Nel 1980 avviene la sua consacrazione a livello internazionale, con la vittoria del premio per il miglior attore al Festival di Cannes per Salto nel vuoto di Marco Bellocchio, in cui interpreta un giudice complessato alle prese con la sorella psicotica Anouk Aimée (premiata anche lei) che si innamora dell’imputato Michele Placido. In Italia è stato ancora anche l’ispettore Ginko nel Diabolik (1968) di Mario Bava, e ha recitato per Elio Petri in Todo modo (1976), Sergio Corbucci in Giallo napoletano (1978), Ettore Scola ne Il mondo nuovo (1982), Liliana Cavani in Oltre la porta (1982), Sergio Castellitto in Libero Burro (1999).

Si diceva sopra, che Piccoli fu in grado, grazie ad un’umiltà, che rendeva l’invidia avulsa dal suo modo di fare e di rapportarsi, di intessere rapporti di amicizia che andavano al di là del lavoro, venendo spesso chiamato da registi d’autore. Tra le sue collaborazioni più stabili spiccano i 7 film con Luis Buñuel, da Il diario di una cameriera (1964) a Bella di giorno (1967) da Il fascino discreto della borghesia (1972) a Il fantasma della libertà (1974); 7 sono anche quelli con Marco Ferreri, da Dillinger è morto (1969) a La cagna (1972), passando per i già citati La grande abbuffata (1973) e Non toccare la donna bianca (1974); 5 con Claude Sautet, da L’amante (1970) a Il commissario Pelissier (1971) a È simpatico, ma gli romperei il muso (1972); e 4 con Manoel de Oliveira, da Ritorno a casa (2001) a Bella sempre (2006).

Ha anche recitato 8 volte al fianco di Romy Schneider, da Trio infernale (1974) a La signora è di passaggio (1982) ai sopracitati film di Sautet, rivelando poi nel 2015 di aver avuto una storia con lei «Lei e io abbiamo avuto la debolezza di indulgere in gesti che non erano sempre molto onesti».

Nonostante una lunga carriera, Piccoli ha conservato un certo successo negli anni ’90 e 2000, acquisendo una forma di autorità e saggezza, ben rilevata da Nanni Moretti che gli ha offerto nel 2011 l’ultimo grande ruolo in Habemus Papam, dove incarna un Papa dubbioso che si chiede se non sia troppo per un uomo incarnare la fede e la speranza di un’intera religione e di milioni di fedeli. Questa interpretazione gli ha consegnato il David di Donatello come miglior attore protagonista l’anno successivo, a chiusura di una carriera eccezionale cui probabilmente mancava solamente, il nostro maggiore premio nazionale.

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